La recente approvazione della Direttiva Europea sul Copyright nel mercato digitale ha prodotto un acceso dibattito su scala internazionale che ha coinvolto editori, Internet Service Provider e utenti.

Le disposizioni più controverse e oggetto di discussione sono state quelle relative al controllo preventivo da parte degli Internet Service Provider (ISP) dei contenuti caricati dagli utenti e alla cosiddetta “tassa sui link” imposta agli ISP.

A margine del dibattito, però, emergono alcune note di colore come gli errori di traduzione nella versione italiana della direttiva.
Se, infatti, l’articolo 17 par.7 della Direttiva nella versione inglese prevede che:

“7. The cooperation between online content-sharing service providers and rightholders shall not result in the prevention of the availability of works or other subject matter uploaded by users, which do not infringe copyright and related rights, including where such works or other subject matter are covered by an exception or limitation.”

Nella versione italiana l’articolo si è trasformato in modo paradossale, divenendo un obbligo di rimozione dei contenuti che non violano il diritto d’autore

“7. La cooperazione tra i prestatori di servizi di condivisione di contenuti online e i titolari dei diritti deve impedire la disponibilità delle opere o di altri materiali caricati dagli utenti, che non violino il diritto d’autore o i diritti connessi, anche nei casi in cui tali opere o altri materiali siano oggetto di un’eccezione o limitazione.”

Insomma, se la Direttiva venisse applicata alla lettera, in Italia ci sarebbe una stretta contro le opere che NON violano il diritto d’autore

Oltre a questo errore macroscopico, l’esperta di copyright Eleonora Rosati, dopo aver analizzato il testo della Direttiva con l’aiuto di numerosi esperti di vari Paesi UE, ha scritto su IPKat che, un altro paragrafo dell’art. 17 sarebbe stato tradotto in maniera diversa nelle varie lingue UE.

Insomma, se in Spagna basta uno sforzo più grande da parte degli ISP per ottenere l’autorizzazione alla pubblicazione da parte dei proprietari dei diritti d’autore, in altri paesi servirebbero i “massimi sforzi”.

Erano accaduti diversi episodi analoghi anche quando si trattò di tradurre il GDPR nelle varie lingue europee. Per esempio, nella traduzione italiana, i “documenti d’archivio” divennero “registri di interesse pubblico” mentre il termine “diritto” fu tradotto con “prerogativa”.

Ma cosa succede quando una traduzione di una direttiva o di un regolamento presenta degli errori?

Occorre attendere la pubblicazione del cosiddetto “Corrigendum” o “Rettifica“, il documento ufficiale pubblicato dalle istituzioni europee che interviene con le appropriate correzioni.